L’inverno del nostro scontento, e la classe operaia russa (Nella cucina di Volodia)

The winter of our discontent. Inside Volodia’s Kitchen. And: where’s russian working class?

No, non Volodia Volodich Putin. Ma il mio vicino di casa Vladimir – critico cinematografico free lance – che sabato, giorno della terza grande manifestazione anti frodi e anti Putin sulle piazze russe, ha compiuto 30 anni. La sera dopo la marcia, alla festa organizzata a casa sua (2 stanze malandate in un vecchio ‘panelny’ sovietico,  da poco ci si è trasferito con un amico da casa dei genitori: saranno pure rivoluzionari ‘borghesi’, ma per i giovani russi di classe media andare a vivere da soli è ancora una dura conquista visti i prezzi degli alloggi, per non parlare della macchina…)  c’erano una trentina di amici, 25-35enni, tutti reduci dal corteo dissidente a meno 18 sotto zero, che ha visto la partecipazione di oltre 50mila persone; mentre altre decine di migliaia manifestavano nella capitale a favore di Putin (la mia cronaca della giornata su Lettera 22). E ovviamente non si parlava d’altro: proteste, politica, elezioni.

La prova del gelo dunque è superata per i nuovi “rivoluzionari bianchi”. Nei numeri, la piazza resiste. Ma basterà?

Dalla prima manifestazione contro i brogli seguita al voto alla Duma, dove un nuovo popolo si riconosceva a vicenda con sorpresa, come emerso dalle tenebre, sabato l’atmosfera era già un’altra: la consapevolezza comune dell’esistenza di una nuova fetta di cittadini pronti a prendere posizione attivamente. “Finalmente c’è un sentimento di unità nel nostro scontento”, mi ha detto marciando di corsa a fianco del martito Svetlana, 55, contabile di Yaroslavl: “12 anni di Putin sono troppi. Lo faccio per i miei figli”. La coloritura hypster-modaiola-giovanile di questo nuovo movimento critico del potere, per un giorno ha ceduto il passo al fascino retrò di pellicce, colbacchi, tute da sci e stivaloni di feltro (nella foto in alto in versione trendy), rispolverando persino il vecchio trucco dei nonni, fogli di giornali nelle scarpe. Sembrava il 1991, quanto a stile. Umore irriverente: alcuni vestiti da clown, tamburi e cavalieri su macchine di cartone. Ma c’erano anche veterani paracadutisti, con un sacco di bandiere diverse – incredibile: un anno fa, erano tutti grandi fan del macho Vvp. “Nessuna rivoluzione – solo una evoluzione dei cervelli” uno degli striscioni più calzanti. Sembrava di stare a un evento sportivo, o a un festival musicale quando la rockstar Iuri Shevchuk dal palco ha intonato la sua hit storica “Patria“: in Russia, non è ancora una parolaccia, e ora non è più monopolio dei patrioti putiniani.

Le foto della marcia del blogger Ilya Varlamov

Ma che si fa tra un mese, quando Putin tornerà al Cremlino?

Le Primarie tra candidati della piazza “asistemici”, cioè fuori dai partiti politici – suggerisce lo scrittore  Boris Akunin, uno dei leader informali di questa protesta: “costituiscono la parte maggiore della protesta”. Vero. E’ giunto il momento. Perché nelle ultime settimane, a finire sotto accusa della piazza è stato proprio il Comitato Organizzatore nato per gestire le manifestazioni di cui Akunin fa parte. Tutti incazzati contro le “colonne”, cioè la decisione di dividere la marcia in settori, per bandiera politica o organizzativa. Dopo l’uscita dal Comitato della “tesoriera” Olga Romanova, giornalista, molti erano nervosi temendo fosse l’inizio della fine. In realtà, commenta un manifestante su Facebook – è il contrario: “Si tratta di un processo molto salutare. Positivo. E’ la conferma che non ci interessa andare in piazza per i “Leader” e accettare le loro decisioni senza discussione. Non c’è stanchezza. Chiediamo solo di essere ascoltati, e diritto di critica”.

Ma alla fine ci si è mescolati in allegria, complice il permafrost. E il colore dominante era ancora una volta il bianco: quello della Lega degli Elettori, appena costituita per monitorare il voto di marzo e che cresce di giorno in giorno. Tanto che Putin vorrebbe cooptarla.

Nella blogosfera russa, uno degli interventi più dibattuti in questi giorni è quello di Rabkor, dal titolo “Potere e Protesta”:  “L’inverno 2012 è servito a mostrare che la propaganda non è onnipotente. Si può far credere a una persona che la gente scesa in strada in Egitto, Italia e Ucraina è risultato di manipolazione o corruzione. Ma è impossibile convincerlo che la sua insoddisfazione personale è il risultato di una cospirazione straniera”. Sulla contropropaganda del governo (noto che giusto oggi, dopo il siluramento del Cardinale Surkov, è stato licenziato Yakimenko, per anni a capo del movimento giovanile patriottico pro Putin “Nashi”): “Se il governo perde la guerra dell’informazione, non è perché non sa come combatterla. La società è cambiata, la vita è cambiata. E lo stesso governo è cambiato, avendo perso la capacità di comprendere e controllare i processi che avvengono nel paese”.

foto: Artem Zhitenev, Paesaggio con manifestazione

Ma il passaggio più interessante chiama in causa un attore dimenticato: la classe operaia russa. Dov’è in questi giorni di protesta, perché non scende in piazza? si chiede Rabkor.Una mossa giusta a suo avviso, Putin l’ha fatta, coi suoi tanti viaggi nelle regioni russe:  un modo “per opporsi al malcontento delle classi medie metropolitane opponendovi la lealtà dei lavoratori delle province”. Vero: se a Mosca si ribella la borghesia (ma non solo), contro il potere che l’ha creata e nutrita, la classe operaia e i ceti inferiori per ora restano in maggioranza con Vvp. Per il blogger è paradossale, in quanto questi ultimi invece non avrebbero beneficiato minimamente di 10 anni di boom putiniano. Falso, in parte: se non altro rispetto agli anni 90 i loro stipendi ora arrivano più o meno regolarmente. Però di sicuro non ingrassano, e sono impiegati in fabbriche e aziende per gran parte vetuste e fuori mercato, tenute in piedi coi sussidi di Stato o con politiche protezioniste. Non può durare per sempre, Putin o non Putin.

Poi una critica alle opposizioni liberali: “Le autorità stanno cercando di dimostrare a noi che tutta la nostra vita è legata a Putin, e senza di essa tutto crollerebbe. L’opposizione liberale pensa più o meno lo stesso. Al primo ministro i primi conferiscono qualità divine, gli altri lo demonizzano. Le autorità hanno paura del cambiamento e non possono difendersi in altro modo che reggendosi su Putin che così dimostra la sua impotenza e la debolezza, il fallimento di un decennio di politica di stabilizzazione economica, sulla base dei quali non sono apparse istituzioni politiche stabili”. In conclusione, le frodi elettorali “non sono la causa delle proteste: sono un’occasione. E tutti lo sanno, sia sugli spalti che tra la folla. Il desiderio di cambiare il sistema, non è solo politico, ma anche sociale”.

Torniamo a casa di Volodia, è mezzanotte passata. In salotto si parla della marcia diurna. In cucina, dove il tasso alcolico è già bello alto, come da tradizione, si fa divinazione politica. Lo sappiamo tutti che Putin vincerà alle presidenziali tra un mese, dice A., 26, marketing-ologa, ma bisogna andare a votare. Lei è per l’oligarca Prohorov. E non è la sola: nelle ultime settimane a Mosca incontro sempre più persone della stessa idea  – uhm, a me, il metallaro continua a non convincermi. La cucina concorda: è un cavallo di Troia del Cremlino, dicono. Forse, ma il punto è un altro, ribatte la ragazza quasi gridando: “Dovete smettere di pensare ‘Oddio, se lo voto sarà il mio signore assoluto e unico per sempre’. Gli zar non esistono più, e se esistono è anche colpa vostra che ci credete. Io voto per quello, se fa male o si rivela una marionetta, tra 6 anni rivoto e lo caccio. Anche questa è democrazia”. Buonanotte a tutti.

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Filed under Mass, Culture & Society, Russia/ ex Soviet Space

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