Le lacrime di Putin, e quelle della piazza: la Politica, prima o poi.

foto: D. Monteleone per Le Monde/VII (Un diner avec Vladimire Poutine)

Sì, è vero: alla vigilia della nuova manifestazione  di protesta domani a Mosca, la prima dopo la vittoria, o il trionfo di Vladimir Putin nelle presidenziali, l’umore nell’opposizione russa non è alto. Quasi nero. Spiriti fiacchi, dubbi sulla partecipazioni, entusiasmi che scemano di fronte al “muro” dei consensi al 63,6% per lo “zar eterno”, reali o gonfiati, ma sempre oltre il 50%. Si rischia il flop al corteo sul nuovo Arbat, tanto che oggi sui social network circolano decine di clip di volti celebri della protesta che invitano a non mollare, spiegando perché è importante esserci: è in gioco il destino della “primavera russa”.  Tutto è cambiato non domenica 4, giorno del voto. Ma lunedì 5, in piazza Pushkin (foto) a Mosca. Dove a protestare contro i risultati (nell’unica città in tutto il paese che ha assegnato a Putin il ballottaggi0) si sono ritrovati “solo” in 15mila: un anno fa sarebbe stato un grande successo, ma dopo 3 mesi di “rivoluzione bianca” in Russia, ci si aspettava di più. Il problema però non sono i numeri. E non lo saranno neanche domani. Lunedi si è capito piuttosto che il mood in Russia – dopo la breve pausa festosa – è cambiato, da una parte e dall’altra: dissidenti, e polizia. I primi non erano tristi e scoraggiati come qualcuno ha scritto: falso, io c’ero. Anzi, erano più convinti e più rabbiosi che mai, gridavano più forte del solito scandendo gli slogan contro Putin di quelli sul palco, Navalni per primo. Ormai conoscono tutti i “leader” di questa strana, mini rivoluzione, sedicenti, veri o presunti, sanno valutarne e pesarne le parole. Ma l’atmosfera intorno si era fatta più cupa. Non solo lo schieramento massiccio di teste di cuoio in città, nel nervosismo evidente delle autorità: per raggiungere la piazza bisognava affrontare una sorta di gimkana, tra metal detector, transenne, gabbie di ferro e montagnole di nevischio gelido che rendevano il tutto molto scomodo. Gli arresti finali sono solo il corollario di questa scenografia claustrofobica. E sugli arresti il movimento si è anche spaccato: alcuni si dissociano dalle “teste calde” Udaltsov e Navalny che hanno scelto di restare in piazza a oltranza “provocando” i “robocop” (corpi antisommossa), pur condannando la violenza, o l’imperizia, delle forze dell’ordine. Queste ultime, rilasciando poche ore dopo tutti i fermati e chiedendo scusa ai giornalisti trascinati sui cellulari e contusi, hanno ammesso implicitamente di aver fatto un errore. Dicono che a Mosca la polizia sia dalla parte dei manifestanti, ma è tutto da vedere: in fondo, quelli con le stellette non sono forse i primi nella classifica degli “arraffa-mazzette” in Russia? E la corruzione è uno dei bersagli primari dei contestatori.

foto: l’ultima copertina della rivista dissidente Bolshoy Gorod (sulla diagonale gialla c’è scritto: NO – è solo l’inizio. scaramanzia?)

E domani che succede? La vittoria non dipenderà più dai numeri in piazza, anche se una partecipazione molto bassa potrebbe scatenare una ulteriore repressione o radicalizzazone del movimento – insomma, un ritorno all’era “pre-Balotnaya” (la piazza della prima protesta di massa dopo le legislative di dicembre). Il punto ora è come andare avanti, oltre la strada. “Abbiamo capito che le persone non sono disposte a scambiare Putin con uno qualunque, dobbiamo lavorare perché ci sia un’alternativa politica vera” mi dice davanti a un the in bicchieri di plastica nel quartier generale del Comitato Organizzativo delle proteste Ilya Ponomarev, uno dei nuovi volti della politica russa in ascesa, significativamente ambiguo: siede alla Duma col partito Russia Giusta, ma da dicembre è sempre in piazza coi manifestanti, e a difenderli nei tribunali se arrestati. Il suo partito ora rischia la spaccatura: molti come Ponomarev o i fratelli Gudkov o la signora Oksana Dmitrieva (piccoli politici che crescono e piacciono anche ai russi che guardano la tv di stato) non accettano più il patto di acquiescenza col Cremlino, e da qui potrebbe nascere una nuova forza socialdemocratica, a centrosinistra. Al centrodestra, c’è Prokhorov, l’oligarca che continua a promettere di fondare un suo partito liberale, lo ha ripetuto anche lunedì salendo sul palco di una protesta anti Putin per la prima volta, forte del suo ottimo 20% a Mosca, ora è atteso alla prova dei fatti. Deve dimostrare di non essere la foglia di fico di Putin. Sempre che passi la legge per ri-alleggerire la registrazione dei piccoli partiti.

“Lo slogan ‘innalzare la protesta’ è un’illusione. Così non può continuare. Una nuova tappa richiede nuove strategie, tattiche e slogan”, conferma Sergey Davidis del movimento Solidarnost. Anche il blogger Navalny lo aveva ammesso in piazza Pushkin lunedì sera: “Abbiamo sopravvalutato le nostre forze, credendo che tutto il paese sapesse quello che sappiamo noi di Putin e della sua banda”. Insomma, è arrivato il momento della Politica. La parolaccia che finora la maggioranza dei “nastri bianchi” non ha voluto ascoltare. Politica, o la primavera muore. A Mosca il termometro segna ancora -15°. Politica, o si torna al passato. Ma c’è anche un’altra strada, a mio avviso: nella società, il seme è germogliato, e prima o poi darà i suoi frutti, forse molto prima che alla Duma. A domani.

(nella gallery qui sotto, la protesta del 5 marzo a Mosca – una delle foto è di Igor Mukhin)

(Dimenticavo: per darvi un’idea del clima, lunedì, lasciando piazza Pushkin in metrò dopo che tutte le strade circostanti erano state chiuse dai robocop per evitare “rincorse” illegali verso il Cremlino, nel vagone 5 uomini si sono messi a ripetere in coro “Russia senza Putin!” più volte, strappando qualche sorriso. Ma appena scesi alla nostra fermata, una fanciulla in bianco gli ha gridato dietro sorridendo maliziosa: “Russia con Putin! E’ già un fatto”. E quelli a mezza bocca: “Mignotta”).

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