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Cecenia 2.0 – continua…

scuola spo

La seconda puntata del mio diario da Grozny pubblicato su Doppiozero: comincia a gennaio e finisce l’8 marzo. Solo un centesimo del groviglio di storie raccolte lì negli ultimi tre mesi, tra Cecenia, Daghestan e Nord Caucaso.  In via di elaborazione…

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Boston: la diaspora nel Dna, e la pentola a pressione.

barca

Ecco una mia prima riflessione (link al testo) sui fatti di Boston visti dalla Russia. Davvero a caldo, dato che sono reduce da mesi di Cecenia. A Mosca, la notizia che i due sospetti attentatori fossero di origine cecena, anche se a Grozny non hanno mai vissuto, è uno shock enorme. E in tv si discute di terrorismo e nazionalità, problema interetnico e razzismo, per la prima volta a livello decente… Una storia molto, molto strana e assurda. Che però, se confermata, racconta tanto. Forse la pentola a pressione non è solo quella esplosa alla maratona americana, ma sta dalle parti del Caucaso russo, più verso Makhachala, o meglio, tra Caucaso e Occidente. Anche se, a dar retta allo zio dei due, fosse “solo” odio da immigrati alienati contro  gli “integrati”, alienazione ed emarginazione da sradicati senza patria, niente a che fare con l’Islam. “Arrestatelo ma non uccidetelo. E’ la giustizia che deve decidere se uno è colpevole o innocente” ha detto stasera il padre di Dzhokar, il fratello più piccolo ancora in fuga, braccato dalle forze di sicurezza americane nei sobborghi di Boston. Un appello che ricorda quelli, inascoltati, di migliaia di famiglie di presunti ribelli vittime delle operazioni speciali antiterrorismo nel Caucaso russo, dove vige lo slogan staliniano “niente corpo, niente problema”.

CHILDREN OF DIASPORA

In the United States they lived more than in their native Chechnya. In Grozny, indeed, the two brothers would have never set foot, according to an uncle. But the two brothers Tsarnaev, that from remote Russian Caucasus have brought terror to Boston,  are typical and “perfect” children of the large Chechen diaspora in the world, whose story its imprinted in their DNA: grandchildren of grandparents  deported to Central Asia by Stalin in ‘ 44, children of parents fleeing the civil war between Grozny and Moscow in the Nineties. Emigrated to the West in search of a better life, but not fully adapting to their new homeland, no true friends there, as stated by the elder brother. The father in Germany to treat a tumor, he lost sight of them for a crucial while. Resentment and alienation accumulated for generations. Conquered by Islamist ideology that travels over the internet faster than light, a large number of sites in Cyrillic glorifying jihad, never monitored by international intelligence. More a way to redeem the alienation in a foreign land and social exclusion, perhaps, that an established ideology.
In Russia, accustomed to look with some resignation to the homemade bombs, is shock at the news, the media talk about “Chechen trail”  as in the 2000s, when, after the end of war in Grozny, Moscow was hit by repeated attacks attributed to Islamist guerrillas of the North Caucasus – the last in January 2011 Domodedovo airport. But here the scenario is the U.S., russian TVs talk with aplomb of “KTO in Boston”. If it’s all true, it would be the first terrorist attack perpetrated by Chechens in the West. Despite the fact that they’re not “pure” chechens, but naturalized foreigners.
But Tamerlan and Dzhokar – the youngest has the same name of Dzhokar Dudayev, the secessionist chechen president of  the first war against Moscow after the fall of Soviet Union – never knew their native homeland, as instrumentally pointed out by Grozny’s iron-fist leader, Ramzan Kadyrov, who blamed US Secret Services and US education  for them becoming “bad children”. Their first sentimental education happened somewhere between Kirghizia and Daghestan where they studied in first grade, exactly on the eve of second chechen war. Daghestan, neighboring Chechnya, black hole of the Russian Caucasus that nobody talks about, a far more dangerous place today than Grozny: almost daily bombings and clashes between rebels and security forces, world-record corruption, fast rising of radical islam  among young people. From there they emigrated, obtaining asylum in America. On the Internet, for Tamerlan, the traces of a confused personal culture:  extremist and islamists videos posted on U Tube but also techno music made in the US, russian hip hop singer Vasya Oblomov close to the opposition against Putin; and an idol above all, Timur Mutsuraev, the bard of the Chechen jihad over the Nineties, the legendary singer-songwriter who has inspired a generation of young chechens dreaming independence, himself a former guerrilla rebel. Children of Chechnya that does not exist but often still lives outside the borders in the mind of thousand of emigrates that left the country at least 10 ys ago, are Dzhokar and Tamerlan: children of an anachronistic dream – a way to feel at home away from home. Back home in Grozny, now is a pax without democracy, under the aegis of Kadyrov and thanks to billions from Moscow. President’ Putin comments come only late evening (after a busy day with Egyptian President Morsi visiting): a “barbaric crime,” he says, offering Obama to cooperate in the fight against terrorism. That “has no nationality.”

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Bollettino settimanale: primavera a Mosca, inverno a Kirov. Fine del Centrismo?

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Dopo quasi tre mesi di Cecenia, riaccendiamo i motori a Mosca. L’evento della settimana e del mese , se non dell’anno, e’ il processo al blogger e avvocato anti corruzione Alexei Navalny a Kirov, provincia russa a mille km da Mosca. Piu’ importante di quello alle Pussy Riot, per l’opposizione russa. Alla sbarra con l’accusa di aver “rubato” legname a una ditta locale, la Kirovles, per 400mila euro nel 2009, c’e’ infatti il leader piu’ carismatico della galassia anti Putin , mattatore delle piazze fino allo scorso anno. Oggi, a piazze silenti, all’udienza di apertura, niente di fatto: tutto rinviato al 24 aprile prossimo. Il giudice ha dichiarato in un’intervista: “Non intendo passare alla storia”. Affermazione ambigua. Navalny e’ arrivato in tribunale in treno dalla capitale con la moglie Yulia scortato dai suoi sostenitori. Col trolley gia’ pronto per la cella: e’ sicuro che lo condanneranno.

E sicuro si dice anche, sul suo seguitissimo blog, lo scrittore-oppositore Boris Akunin : a suo avviso, sara’ la fine del centrismo e dell’opposizione moderata in Russia. Anche Navalny a suo avviso lo e’: un riformatore, nonostante la retorica spesso urlata e minacciosa. Il risultato sara’ accelerare la rivoluzione cruenta, dicendo addio alla sperata evoluzione. E stavolta in prima fila, per Fandorin, non ci saranno piu’ i borghesi moscoviti adulti, ma i giovani:

“Se Navalny sara’  incarcerato, la Russia cadra’ in un solco, dal quale non sarà in grado di uscire prima di raggiungere la destinazione finale. La stazione si chiama “Piazza della Rivoluzione”. (…) Se Navalny  sara’ incarcerato, con probabilità assoluta lo saranno anche  gli imputati nel “caso del 6 maggio.” {i disordini in piazza Bolotnaya a Mosca nella manifestazione alla vigilia dell’insediamento di Putin al Cremlino nel 2012, nda} E con questo, potete starne certi, non ci si fermera’. Perché, dopo aver detto “a” e “b”, si dovrà passare attraverso l’intero alfabeto per terminare.  Se Navalny sara’ incarcerato, crollera’ l’idea del Centrismo che nell’ultimo anno e’ mezzo e’ stata difesa da gente come me. Dovremo tacere e stop. Si scoprira’ che avevano ragione coloro che con la bava alla bocca volevano convincerci: col regime di Putin non e’ possibile giocare con la politica legale, non scacci questa nube coi nastri bianchi e i sorrisi luminosi.  Se Navalny sara’ incarcerato, l’opposizione tradizionale inevitabilmente diventera’ rivoluzionaria. E non sarà un innocuo buffone come Limonov e Kasparov o un intellettuale arrabbiato come Piontkovsky. Ci saranno nuovi leader, nuovi metodi di lotta. Lo slogan principale sarà Intransigenza, “O noi fottiamo loro -. O loro noi.  (…) E la ‘gente come me’ non vi avra’ nulla a che fare. Sotto i manganelli, e forse sotto i proiettili, finiranno i giovani.  Se tutto va come andra’ – e condanneranno Navalny, succedera’ assolutamente – allora quel che aspetta noi e voi – tutti – e’   proprio questo: un guaio.    E sulla Rubliovka un piccolo uomo nuota in una grande piscina e gioca con cani di grossa taglia, godendosi la sua grandezza, pensando che vivrà per sempre. E non vede, non sente, non capisce un accidente.”

Intanto, il leader ceceno Ramzan Kadyrov, oggi in prima pagina sul Kommersant (ma vi allego anche un link in inglese dal MT), diventa il primo personaggio pubblico russo a criticare direttamente, chiamandolo “fannullone”,  Igor Sechin, il potentissimo e intoccabile capo della petrolifera di stato russa Rosneft (primo colosso del greggio al mondo), braccio destro di Putin e capo dell’ala dei falchi al Cremlino. La sua compagnia sarebbe rea di non pagare le tasse alla repubblica cecena. Dietro ci sono i ripetuti tentativi negli ultimi anni da parte di Grozny di ottenere una percentuale maggiore dell’attuale 10% (in tasse) dai proventi del petrolio estratto da Mosca nella regione, finora falliti. Molti ceceni considerano la valanga di rubli inviata da Putin per la ricostruzione della repubblica come un risarcimento per il petrolio loro “rubato” da Rosneft. Altri credono che il famigerato oro nero che sarebbe stato alla base delle guerre cecene negli anni 90, oggi sia quasi prosciugato laggiu’. Kommersant fornisce finalmente qualche dato utile. Ad ogni modo, nessuno aveva mai osato finora attaccare direttamente il re dei siloviki. Ramzan, evidentemente, appoggiato da Putin, puo’ permetterselo. Ne riparleremo nel dettaglio, lo merita.

(foto: Mitya Aleshkovskiy)

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E adesso la pubblicità/ Red Thistle

chardon

My first (long) fiction text published in a volume: 9 short stories about Northern Caucasus for Actes Sud (in a photo book by D. Monteleone); reviews (good) at links downby

Un (altro) po’ di autopromozione. Il libro sul Caucaso russo del fotografo Davide Monteleone, mio compagno di viaggio e lavoro in questi anni da Grozny a Tskhinvali, che contiene anche un mio testo (ben 9 racconti di, attenzione, fiction) dopo Francia, Inghilterra e Germania è finalmente uscito anche in Italia, per l’editore Peliti. Da lì, per dire, viene l’immagine che fa da banner a questo blog, in alto. Non vi dico di comprarlo, costicchia. Però dateci una sbirciatina se potete, le foto sono bellissime e il testo, un esperimento. Il succo concentrato di 5 anni di avventure e peripezie nella regione. In Italia probabilmente, dato l’argomento e l’andazzo editoriale, passerà inosservato. Ma in cambio abbiamo avuto l’onore di una serie di (lusinghiere) recensioni all’estero, in diverse lingue, tra cui, udite udite, anche il Time. Altre recensioni in varie lingue corredate di immagini per capire che roba è, se vi incuriosisce e siete poliglotti, si trovano qui,  qui e qui.

Presto il tutto dovrebbe confluire in un nuovo libro, un progetto mio, non concentrato stavolta ma espanso. Updates very, very soon.

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Discorso 1 del Putin 3, giorno 12.12.12, ore 12.

Akioshi

Oggi primo discorso di Putin al popolo russo da quando è tornato al Cremlino. Noioso e deludente, specie per l’opposizione che dice di aver già capito l’antifona: niente riforme, non-sviluppo, fermi allo status quo, palla al centro. Ma anche un Putin insolitamente poco aggressivo, più contemplativo, quasi ieratico: cita parole come “misericordia”, “deoffshorizzazione”, 3 figli per tutti. Il numero perfetto.  Breve breve, due commenti a caldo dalla blogosfera russa, il resto (sempre in breve) sulla Stampa di domani:

Sul web russo impazza il giochino ottico dello psichiatra giapponese Akioshi Kitaoka, usato per definire il livello di stress del paziente, ma qui riferito al discorso del Presidente: “Guarda il quadrante colorato, se ti sembra fisso, sei un patriota. Se si muove – è il momento di avere un bambino. Se l’illusione si muove molto velocemente… beh, allora vi serve un urgente ricovero in ospedale”.

Disfattista il giornalista-attivista-scrittore Arkadi Babchenko, rilanciato da Radio Echo di Mosca: “Amici! Svegliatevi. Non ci sarà nulla alla Lubianka [riferito alla manifestazione dell’opposizione in programma sabato, ancora non autorizzata dal Comune, nda]. E niente in alto. E’ tardi. Il treno è passato. Dobbiamo riconoscerlo e accettare una cosa semplice: Abbiamo perso.  Vova resterà sul trono fino al 2018. (…) I prigionieri politici in galera. I meeting vietati. Internet censurato. Per i prossimi sei anni, la situazione è definita. Dovevamo lottare quando era necessario. Ora è tardi per agitare i pugni. Questo round abbiamo perso. Tutti. (…) Restano solo due opzioni per uscire dall’impasse: una dittatura o il suo rovesciamento violento. Altri sei anni. Tutti. Punto”.

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Cecenia reload # Pensieri su dittature, e globalizzazione

Insomma il nuovo progetto legato a Grozny sta prendendo forma. Non posso dire di più, ma tracce ne potete trovare qui, in questo strano diario ceceno frutto delle ultime due settimane che ho passato laggiù a ottobre scorso. Così inauguro anche la mia collaborazione con Doppiozero, una bella web Cult-zine italiana (la chiamerei così). Annuncio già che seguiranno nuove puntate, molto presto.

So che mi attirerò delle critiche. Mi direte che ho dimenticato l’enorme povertà che sta dietro lo scintillio dei grattacieli, i problemi drammatici che spuntano appena superato il viale Putin, le torture e le repressioni anche fisiche. La provincia e le regioni di montagna dove molto (ma non tutto, vi racconterò) è diverso e più difficile. Che ho dimenticato Estemirova, Politkovskaya e Zarema. Ma non li ho dimenticati. Ho solo deciso che per capire la Cecenia è arrivato il momento di parlare anche d’altro, o restiamo impantanati nei cliché. E qui parlo d’altro, o almeno ci provo. The other side. Un primo sforzo. Spero sia interessante.

(Foto: Ilkin Huseynov, Grozny, ottobre 2012. Col fiore bianco nei capelli, sono io)

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Bollettino… mensile – o “Sparare nel mucchio”

Presissima. Non mi resta che il bollettino, per ora. Esteso.

Maxim Luzianin è un cosacco, istruttore di palestra, forte e robusto, di sani principi. E’ anche il primo condannato – a 4 anni e mezzo di prigione, venerdì scorso – per il “Caso Balotnaya”, i disordini che il 6 maggio scorso alla manifestazione dell’opposizione contro il ritorno di Putin al Cremlino videro 400 feriti e mille arresti dopo violenti scontri tra dimostranti e polizia.  18 imputati, 13 già incarcerati, in attesa di processo. Max si era riconosciuto colpevole, le sue foto nell’atto di aggredire un agente antisommossa (solo lievemente ferito, che ha anche accettato le scuse di Max) giravano ovunque sul web. Sperava nella condizionale o in uno sconto. Ma il duro verdetto (l’accusa aveva chiesto 6,5 anni) fa mal sperare per il futuro degli altri. “Non credere mai ai bari”, i commenti della blogosfera.

Di Serdyukov si è scritto tanto, e lo scandalo alla Difesa russa non scema, con nuovi affari di corruzione scoperti ogni giorno e denunciati dalle autorità anche in altri settori, cadono le prime teste. La domanda è: perché viene fuori solo ora? Tanto più che il vicepremier Ivanov ha dichiarato alla tv (risorto) di sapere tutto da due anni. Tre ipotesi: si intensifica la lotta interna alle élite nel Cremlino; è un tentativo di Putin di blandire l’opposizione copiando Navalny nella lotta alla corruzione; una prova di forza dello zar. Intanto, si bisbiglia che il Nostro abbia un problema grave di ricambio dei quadri: continua a spostare le stesse pedine da un posto all’altro. Lo dimostra la notizia che Serdyukov, invece di finire sotto inchiesta (succederà solo ai pesci piccoli), secondo una fonte anonima ben informata avrebbe già trovato un nuovo lavoro: consulente del capo di Rostekhnologi Chemezov. Ilare, o geniale – visto che lo stesso Chemezov è considerato l’iniziatore del “colpo” che ha portato alle dimissioni dell’ex ministro. Secondo il politologo Stas Belkovsky, quel  che succede dimostra che Putin sta cambiando i propri rapporti con le élite, sempre più litigiose,  la sua nuova tattica è:  “Sparare nel mucchio”.

Il 4 novembre si è tenuta l’annuale Marcia Russa dei nazionalisti russi, un mezzo flop nei numeri e per il primo anno senza il blogger Navalny. Tutti si chiedono perché. Lui dice che era impegnato a varare il suo nuovo progetto, dedicato a sprechi e truffe nei condomini. Mah.

Monta lo scazzo tra Grozny e Nazran nel Caucaso, col leader ceceno in veste di bullo. Kadyrov ha deciso di vietare di seppellire i ribelli uccisi nei cimiteri ufficiali. Un’onta per l’Islam. E ha intimato ai mufti della repubblica di rifiutargli funerali e preghiere. Il problema è vecchio, con conseguenze truci in Daghestan e a Nalchik ad esempio, su cui ho un paio di storie importanti e terribili che spero di raccontarvi presto. Intanto, il presidente inguscio Evkurov ha commentato dicendo a Ramzan, in pratica, che è un’idiota. Quello gli ha risposto, peggio: pensi agli affari suoi, visto che non riesce a mettere ordine nella sua repubblica infestata da attentati e militanti. La querelle prosegue. Io che ho conosciuto e intervistato di persona entrambi i contendenti, secondo voi per chi parteggio?

Il prossimo post sarà dedicato interamente alla religione: in Russia in questo campo nell’ultimo mese sta succedendo di tutto e di più, da Maometto al Patriarca a Noè. Tutti pazzi. Stay tuned.

(Nel fotomontaggio dal Facebook russo: Putin con tante repliche di Shoigu – la crisi dei quadri)

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