Category Archives: Russia

Russia gay: fai coming out? Licenziato.

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Sono stata in Italia 3 settimane per lavorare al montaggio del film, sconnessa. Eccomi tornata a Mosca, e la conferma della brutta notizia che avevo intuito: Oleg Dusaev, giovane giornalista della tv statale russa Kanal Kultura che ho intervistato dopo il suo coming-out come gay a fine agosto, è stato licenziato dal canale dove lavorava da quasi 10 anni il 19 settembre. Qui i dettagli, e qui la mia intervista con lui uscita su La Stampa. Prometto di non mollarlo: siamo anche diventati amici, con lui e Dima, due persone eccezionali.

Sopra: foto di Oleg con Rostropovic, più di 10 anni fa (dal profilo Facebook di O. Dusaev)

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Mondo gatto: il processo.

kafka

L’ho già usato questo titolo, dite? Lo so, era un anno fa, Pussy Riot. Ora il processo è un altro. L’Egitto oscura l’ultima seduta del procedimento a Kirov contro il blogger anti corruzione Alexiei Navalny, accusato di appropriazione indebita per 400mila euro nel caso Kirovles. Ne leggerete stasera e domani su internet e media. Ma al di là del merito del caso (ha venduto sottocosto una partita di legname danneggiando un’azienda locale quando era consigliere del governatore di Kirov, o no?), i memi che oggi dominano nel web russo intorno al futuro dell’oppositore anti Putin più noto e carismatico, sono quanto mai bizzarri, indicativi forse dell’umore attuale dell’opposizione russa: Navalni che twitta un video di gattini (guardatelo qui, vi prego di notare il simbolismo dell’azione, ma non vi distraete per favore) proprio mentre l’accusa chiede di punirlo con 6 anni di prigione (e continua a Twittare prima, dopo e durante il processo con la consueta ironia); un uomo seduto in aula in prima fila che, impassibile e silenzioso, legge il Processo di Kafka in edizione economica.

E infine il discorso del blogger-avvocato quando prende l'”ultima parola” a sua difesa su invito del giudice Sergey Blinov (un 35enne, con l’ingrato compito di decidere il destino del 37enne oppositore)  è già stato ri-postato su internet centinaia di volte, anche da gente che solitamente di lui se ne frega, giudicato “storico”, alto e nobile, a tratti commovente (il NY Times ne ha pubblicato il testo integrale tradotto in inglese sul proprio sito web). E c’è persino chi lo inserisce in un filone letterario di antica tradizione, quello delle requisitorie dei dissidenti alla sbarra, ultime occorrenze Khodorkovsky e Pussyriot (le loro requisitorie infarcite di citazioni filosofiche prima della condanna a due anni, furono tradotte e rilanciate in tutto il mondo). Le doti oratorie del blogger sono note – io non le esagererei francamente. Però è vero che oggi, forse sentendo odore di cella, ha trovato toni più ispirati. Una cosa mi è piaciuta, una cosa che credo importante per un uomo che (almeno in teoria) si candida a leader dell’opposizione russa, a  sindaco di Mosca e che ha annunciato di voler sfidare Putin alla presidenza nel 2018 (tutte cose che, se condannato come è molto probabile, non potrà fare, anche se si trattasse di una pena sospesa. E anche se fosse, non è detto ovviamente che vincerebbe, neanche in elezioni oneste). Le sue prime parole infatti sono di scuse: al co-imputato Piotr Ofitserov, un piccolo imprenditore con 5 figli: “Lasciatelo stare, è chiaro che è capitato qui per caso, per colpa mia, chiedo scusa a lui e a tutta la sua famiglia per quello che stanno passando a causa mia”, ha detto Navalni definendolo un “ostaggio” della vicenda e invitando la corte a “non tormentarlo”. Poi ha attaccato Putin e gli uomini intorno a lui, che  per lui sono “nessuno, neanche gli oligarchi, tutti  insignificanti, ex membri del Komsomol, che sono divenuti prima democratici, poi divenuti  patrioti”, contro il sistema “feudale” russo, governato da “mostri”; non scapperà dal paese e non ha paura, ha detto, è pronto, vuole continuare a occuparsi di ciò di cui si occupa. In caso di colpevolezza, il procuratore ha chiesto di arrestarlo direttamente in tribunale.

Infine, prendendo la parola per ultimo, lo stesso Ofitserov (che non ha nulla a che fare con l’opposizione russa) ha avuto uno scatto d’orgoglio: “Non sono capitato qui per caso, ma per quello che ho dichiarato agli inquirenti in tutta coscienza. Non mi pento e non chiedo clemenza, sono innocente e ripeterei le stesse cose anche oggi [il riferimento è all’ex direttore di Kirovles Viacheslav Opalev, prima condannato poi liberato, che per salvarsi avrebbe “calunniato” entrambi gli imputati]. Altrimenti,  cosa racconterò ai miei figli quando saranno grandi?”. La dignità e la statura dell’opposizione russa insomma, oggi come spesso nella storia del paese fin dall’Urss, si costruisce e cresce tra tribunali e penitenziari. E con questo non sostengo che i due siano innocenti o colpevoli. Sentenza il 18 luglio prossimo alle 9.

Ps: Mr Smith è Ben Smith, creatore di Buzzfeed. Cercatelo su Gughel. Mentre la signora qui sotto di spalle, visibile anche nella prima foto seduta in aula in giacca rossa, non è Grace Kelly ma Yulia Navalnaya, moglie dell’imputato e madre di due bimbi biondissimi. Per tutto il tempo dell’udienza muoveva lo sguardo ansiosa dal marito al giudice, cercando di indovinare il futuro.

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Il giovane Edward, e Vladimiro.

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Come molti di voi già sanno, da giorni come tanti corrispondenti a Mosca vivo all’aeroporto di Sheremetyevo per seguire il caso Snowden. Quando non direttamente, col pensiero e i tweet dei colleghi che si danno il cambio nel pattugliare lo scalo. Inutilmente, come sapete, almeno per quanto riguarda la speranza di intravedere Mr X. Non ci resta dunque che cercare onestamente, tra la nebbia oggettiva del caso e il fumo sollevato da alcuni media russi, di interpretare eventi e fenomeni nel momento in cui questi si verificano. I miei reportage e cronache li trovate su La Stampa (qui e qui), e sull’Ansa per chi è abbonato. Al momento siamo alla fase dell’ironia, per evitare le disperazione di chi ormai ha trasformato lo scalo in un bivacco. E crede di vedere Snowden ovunque – più grassi, più pelati, con parrucche e nasoni finti. Allucinazioni. Evocando film, libri, romanzi, piece teatrali. Oggi che l’Ecuador ha deciso di unirsi al gruppo di chi si fa beffe di noi reporter esausti dal presidio (Sheremetevo è l’aeroporto meno accogliente di Russia a mio parere), annunciando che l’esame della richiesta di asilo del giovane  Edward potrebbe durare “mesi”, vi posto qualche vignetta nata intorno alla vicenda. Tanto per alleggerire l’atmosfera. A presto  il seguito.

snow

Snowblog

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Putin va a Taksim

Putin va a Taksim

If the Shah will end up falling, it will be due mostly to tape cassettes” 

                                                                                         (Michel Foucault,  Iran,  1978)

The day Erdogan sents police to clean out Taksim square in Istanbul, russian Opposition identifies itself more and more with turkish street protests of these days. Guess why…

Istanbul 2013 come Mosca 2012? Vi sembrerà strano, ma l’opposizione russa si identifica molto con quanto accade in questi giorni a Gezi Park, e, solitamente allergica alla politica internazionale, sta seguendo gli eventi turchi con grande attenzione. Tanto che molti dissidenti, insieme a fotografi e giornalisti russi si sono catapultati sul Bosforo fin dall’inizio della rivolta contro Erdogan, coprendola estensivamente e in alcuni casi persino prendendovi parte in prima persona, dormendo tra le barricate, etc etc. Come dimostra la foto qui sopra: “Russia senza Putin, Putin Istifa” ha scritto qualcuno sul selciato di Taksim in cirillico.

Cosa accomuna Taksim e Balotnaya, la piazza simbolo del movimento di piazza anti-Putin esploso nel 2012 con proteste di massa e oggi piuttosto floscio? Innanzitutto la composizione dei manifestanti: eterogenea quanto mai ma forte di  classe media urbana, intellighenzia, molti giovani e studenti, e poi nazionalisti e comunisti. Altra analogia: un movimento nato su Internet in modo spontaneo (non organizzato, e prevalentemente apartitico, anche se poi cavalcato dai kemalisti nel caso turco)  e diffuso viralmente via social network e via quel Twitter che Erdogan, emulo inconsapevole di Vladimir Vladimirovich, si è spinto a definire, in pratica “agente straniero”. Certo, lì tutto nasce da un problema locale, una contesa di quartiere, per poi allargarsi, in Russia invece da un voto alla Duma ritenuto truccato. Ma quello spirito di “neighbourhood solidarity”, a mio avviso, che sta crescendo nel mondo da Londra a Zuccotti, e forse diventerà il motore delle rivoluzioni future, era presente anche tra i manifestanti di Mosca in un certo senso, anche se come istanza implicita: per gli istanbulioti come per i moscoviti, un modo per riprendersi la propria capitale, una lotta per lo spazio pubblico, nel caso russo “usurpato” dal controllo poliziesco del Cremlino e da 15 anni di demolizioni architettoniche sotto l’ex sindaco Luzhkov.  Lo dimostra il caso di Occupy Abay a Mosca. E ancora: la situazione economica della Turchia, paese non povero come quelli delle rivolte arabe, è simile a quella russa. La protesta, non a caso, là come qua ha carattere nettamente politico. Il paragone comunque, per quanto peregrino, che ci crediate o no gira parecchio sui media russi, almeno quelli d’opposizione. Nel timore che vada a finire nello stesso modo, cioè in un nulla di fatto.

Infine, molti notano somiglianze nell’atteggiamento mostrato verso i “dissidenti” da Erdogan e Putin, benché il primo sia arrivato al potere con elezioni eque: entrambi  hanno dato la colpa delle proteste a una torbida cospirazione straniera, denunciando i media internazionali.

Infine sempre a proposito di Taksim di cui non sono certo un’esperta ma su cui ammetto di avere riserve riguardo alla rappresentazione che ne stanno offrendo i media mondiali, vi consiglio questa bell’analisi sull’uso dei media “alternativi” nelle rivoluzioni: che è cominciato molto, molto prima di Teheran 2009…

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Le maschere del Cremlino, e un rap americano.

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Perche’ aveva finanziato l’opposizione russa tramite Skolkovo. Perche’ si era messo contro il sempre piu’ potente Comitato investigativo russo. Perche’ aveva difeso dalle critiche di Putin il governo Medvedev di cui era vicepremier. Per aver fallito nel contrastare il dissenso di piazza. Vittima delle lotte di potere interne al Cremlino tra falchi e colombe, che aveva tentato di conciliare , una pro Putin l’altra pro Medvedev – sempre che esistano – fallendo. Come premessa, o geniale cavallo di Troia, alla fine di Dmitri Medvedev, e del suo progetto Skolkovo, gia’ morto oggi.

Come prevedibile, la clamorosa uscita di scena di Vladislav Surkov, l’ideologo del Putinismo, silurato proprio da Putin (ma ufficialmente si è dimesso), scatena una ridda di ipotesi in Russia. Anche le piu’ fantasiose: qui alcuni commenti russi. A caldo, invece, io vi propongo intanto una curiosita’: il giudizio dell’ex ambasciatore Usa a Mosca (dal 2008 al 2012) John Beyrle sul giovane (di padre ceceno) “Richelieu russo”, “eminenza grigia”, “burattinaio del Cremlino”, oltre che scrittore e autore di canzoni rock. Un documento diplomatico del 2010, in teoria secretato fino al 2019 ma rivelato via Wikileaks – il collega A. Baunov  lo ha pubblicato in un suo libro, da cui lo copio. Peraltro la “caduta” di Surkov e’ capitata proprio al termine della visita di John Kerry a Mosca. Prendetelo con ironia per quel che e’, fuffa yankee, dietrologia forse, ma interessante:

<Uno stratega eccezionale, con un istinto ben sviluppato di auto-conservazione, ha probabilmente colto al volo come la campagna di modernizzazione di Medvedev sia un’ancora di salvezza perché non può non notare come le priorità stanno cambiando intorno a lui. I nostri contatti tra gli attivisti dei diritti umani sono ancora ostili alla sua copresidenza nel gruppo di lavoro USA-Russia sui diritti umani.
Surkov continua a controllare il sistema politico, anche se non più così autocraticamente, e allo stesso tempo e’ alla ricerca di modi per migliorarlo, ma solo in modo da non compromettere la stabilità del sistema.
La poliedrica personalità di Surkov si riflette nel suo duplice approccio con gli Stati Uniti, in cui l’invidia e’ mescolata al disprezzo. Nel luglio scorso, ha ammesso all’ambasciatore Beyrle che si considera un anglofilo, ama la poesia americana, e nel 2006, nessuno dei colleghi del Cremlino gli credette quando predisse la vittoria alle elezioni presidenziali dell’allora senatore Obama. Secondo il Feedback dei nostri colleghi americani, Surkov sa rendersi simpatico negli  incontri, siede al suo posto di lavoro per un lungo periodo ed è in grado di parlare di argomenti diversi, anche se non sempre con una profonda conoscenza della materia. Il Direttore degli uffici di New York dell’Istituto per la Democrazia e la Cooperazione Andronik Migranyan mi ha detto in privato che ogni volta che va a Mosca, Surkov gli chiede di portare un po’ di dischi di rap americano. Surkov ammira gli Stati Uniti come “una terra di abbondanza e di umanità” che potrebbe servire da modello per la Russia, ma ha fortemente criticato gli stereotipi americani e la “ostilità interna” nei confronti della Russia, vedendola come causa di tensione.
(…) Le radici dell’influenza di Surkov – stanno nei suoi molti anni di lavoro su Putin, in una spietatezza e intelligenza eccezionale. Tuttavia, la mancanza di una sua forte base organizzativa all’interno dell’élite lo priva di una posizione di stabilità. Alcuni esperti che abbiamo consultato sono del parere che Surkov e’ incastrato tra i due campi: hanno paura di respingerlo, ma non si fidano completamente di lui. Surkov e’ poco portato a mettere insieme intorno a se’ un gruppo potente e riconoscibile, non può contare sul sostegno e le risorse delle grandi imprese e, a quanto pare, per mantenere un posto a tavola continuerà a fare affidamento sulla propria esperienza e la fiducia in se stesso. (…)
A fronte di una riduzione del suo ruolo e della critica all’ideologia della “democrazia sovrana”, Surkov, a quanto pare, per mantenere le proprie posizioni ora si aggrappa alla modernizzazione. Ma non bisogna dimenticare le rivelazioni del Responsabile per i diritti umani russo Vladimir Lukin: “Surkov ha molte maschere.”>

(John Beyrle, Mosca 2010)

Сурков и Станислав Говорухин

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Cecenia 2.0 – continua…

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La seconda puntata del mio diario da Grozny pubblicato su Doppiozero: comincia a gennaio e finisce l’8 marzo. Solo un centesimo del groviglio di storie raccolte lì negli ultimi tre mesi, tra Cecenia, Daghestan e Nord Caucaso.  In via di elaborazione…

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Boston: la diaspora nel Dna, e la pentola a pressione.

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Ecco una mia prima riflessione (link al testo) sui fatti di Boston visti dalla Russia. Davvero a caldo, dato che sono reduce da mesi di Cecenia. A Mosca, la notizia che i due sospetti attentatori fossero di origine cecena, anche se a Grozny non hanno mai vissuto, è uno shock enorme. E in tv si discute di terrorismo e nazionalità, problema interetnico e razzismo, per la prima volta a livello decente… Una storia molto, molto strana e assurda. Che però, se confermata, racconta tanto. Forse la pentola a pressione non è solo quella esplosa alla maratona americana, ma sta dalle parti del Caucaso russo, più verso Makhachala, o meglio, tra Caucaso e Occidente. Anche se, a dar retta allo zio dei due, fosse “solo” odio da immigrati alienati contro  gli “integrati”, alienazione ed emarginazione da sradicati senza patria, niente a che fare con l’Islam. “Arrestatelo ma non uccidetelo. E’ la giustizia che deve decidere se uno è colpevole o innocente” ha detto stasera il padre di Dzhokar, il fratello più piccolo ancora in fuga, braccato dalle forze di sicurezza americane nei sobborghi di Boston. Un appello che ricorda quelli, inascoltati, di migliaia di famiglie di presunti ribelli vittime delle operazioni speciali antiterrorismo nel Caucaso russo, dove vige lo slogan staliniano “niente corpo, niente problema”.

CHILDREN OF DIASPORA

In the United States they lived more than in their native Chechnya. In Grozny, indeed, the two brothers would have never set foot, according to an uncle. But the two brothers Tsarnaev, that from remote Russian Caucasus have brought terror to Boston,  are typical and “perfect” children of the large Chechen diaspora in the world, whose story its imprinted in their DNA: grandchildren of grandparents  deported to Central Asia by Stalin in ‘ 44, children of parents fleeing the civil war between Grozny and Moscow in the Nineties. Emigrated to the West in search of a better life, but not fully adapting to their new homeland, no true friends there, as stated by the elder brother. The father in Germany to treat a tumor, he lost sight of them for a crucial while. Resentment and alienation accumulated for generations. Conquered by Islamist ideology that travels over the internet faster than light, a large number of sites in Cyrillic glorifying jihad, never monitored by international intelligence. More a way to redeem the alienation in a foreign land and social exclusion, perhaps, that an established ideology.
In Russia, accustomed to look with some resignation to the homemade bombs, is shock at the news, the media talk about “Chechen trail”  as in the 2000s, when, after the end of war in Grozny, Moscow was hit by repeated attacks attributed to Islamist guerrillas of the North Caucasus – the last in January 2011 Domodedovo airport. But here the scenario is the U.S., russian TVs talk with aplomb of “KTO in Boston”. If it’s all true, it would be the first terrorist attack perpetrated by Chechens in the West. Despite the fact that they’re not “pure” chechens, but naturalized foreigners.
But Tamerlan and Dzhokar – the youngest has the same name of Dzhokar Dudayev, the secessionist chechen president of  the first war against Moscow after the fall of Soviet Union – never knew their native homeland, as instrumentally pointed out by Grozny’s iron-fist leader, Ramzan Kadyrov, who blamed US Secret Services and US education  for them becoming “bad children”. Their first sentimental education happened somewhere between Kirghizia and Daghestan where they studied in first grade, exactly on the eve of second chechen war. Daghestan, neighboring Chechnya, black hole of the Russian Caucasus that nobody talks about, a far more dangerous place today than Grozny: almost daily bombings and clashes between rebels and security forces, world-record corruption, fast rising of radical islam  among young people. From there they emigrated, obtaining asylum in America. On the Internet, for Tamerlan, the traces of a confused personal culture:  extremist and islamists videos posted on U Tube but also techno music made in the US, russian hip hop singer Vasya Oblomov close to the opposition against Putin; and an idol above all, Timur Mutsuraev, the bard of the Chechen jihad over the Nineties, the legendary singer-songwriter who has inspired a generation of young chechens dreaming independence, himself a former guerrilla rebel. Children of Chechnya that does not exist but often still lives outside the borders in the mind of thousand of emigrates that left the country at least 10 ys ago, are Dzhokar and Tamerlan: children of an anachronistic dream – a way to feel at home away from home. Back home in Grozny, now is a pax without democracy, under the aegis of Kadyrov and thanks to billions from Moscow. President’ Putin comments come only late evening (after a busy day with Egyptian President Morsi visiting): a “barbaric crime,” he says, offering Obama to cooperate in the fight against terrorism. That “has no nationality.”

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