Category Archives: Turchia

Putin va a Taksim

Putin va a Taksim

If the Shah will end up falling, it will be due mostly to tape cassettes” 

                                                                                         (Michel Foucault,  Iran,  1978)

The day Erdogan sents police to clean out Taksim square in Istanbul, russian Opposition identifies itself more and more with turkish street protests of these days. Guess why…

Istanbul 2013 come Mosca 2012? Vi sembrerà strano, ma l’opposizione russa si identifica molto con quanto accade in questi giorni a Gezi Park, e, solitamente allergica alla politica internazionale, sta seguendo gli eventi turchi con grande attenzione. Tanto che molti dissidenti, insieme a fotografi e giornalisti russi si sono catapultati sul Bosforo fin dall’inizio della rivolta contro Erdogan, coprendola estensivamente e in alcuni casi persino prendendovi parte in prima persona, dormendo tra le barricate, etc etc. Come dimostra la foto qui sopra: “Russia senza Putin, Putin Istifa” ha scritto qualcuno sul selciato di Taksim in cirillico.

Cosa accomuna Taksim e Balotnaya, la piazza simbolo del movimento di piazza anti-Putin esploso nel 2012 con proteste di massa e oggi piuttosto floscio? Innanzitutto la composizione dei manifestanti: eterogenea quanto mai ma forte di  classe media urbana, intellighenzia, molti giovani e studenti, e poi nazionalisti e comunisti. Altra analogia: un movimento nato su Internet in modo spontaneo (non organizzato, e prevalentemente apartitico, anche se poi cavalcato dai kemalisti nel caso turco)  e diffuso viralmente via social network e via quel Twitter che Erdogan, emulo inconsapevole di Vladimir Vladimirovich, si è spinto a definire, in pratica “agente straniero”. Certo, lì tutto nasce da un problema locale, una contesa di quartiere, per poi allargarsi, in Russia invece da un voto alla Duma ritenuto truccato. Ma quello spirito di “neighbourhood solidarity”, a mio avviso, che sta crescendo nel mondo da Londra a Zuccotti, e forse diventerà il motore delle rivoluzioni future, era presente anche tra i manifestanti di Mosca in un certo senso, anche se come istanza implicita: per gli istanbulioti come per i moscoviti, un modo per riprendersi la propria capitale, una lotta per lo spazio pubblico, nel caso russo “usurpato” dal controllo poliziesco del Cremlino e da 15 anni di demolizioni architettoniche sotto l’ex sindaco Luzhkov.  Lo dimostra il caso di Occupy Abay a Mosca. E ancora: la situazione economica della Turchia, paese non povero come quelli delle rivolte arabe, è simile a quella russa. La protesta, non a caso, là come qua ha carattere nettamente politico. Il paragone comunque, per quanto peregrino, che ci crediate o no gira parecchio sui media russi, almeno quelli d’opposizione. Nel timore che vada a finire nello stesso modo, cioè in un nulla di fatto.

Infine, molti notano somiglianze nell’atteggiamento mostrato verso i “dissidenti” da Erdogan e Putin, benché il primo sia arrivato al potere con elezioni eque: entrambi  hanno dato la colpa delle proteste a una torbida cospirazione straniera, denunciando i media internazionali.

Infine sempre a proposito di Taksim di cui non sono certo un’esperta ma su cui ammetto di avere riserve riguardo alla rappresentazione che ne stanno offrendo i media mondiali, vi consiglio questa bell’analisi sull’uso dei media “alternativi” nelle rivoluzioni: che è cominciato molto, molto prima di Teheran 2009…

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La nuova Turchia… e la vecchia.

The new Turkey steps forward: an afternoon at headquarters of Zaman, turkish first newspaper, supporting Erdogan and Akp Party. A sunset drink with Pamuk’s publisher Murat Belge on the shores of Bosphorus. A new book questioning the myth of Ataturk “from inside”.

Un pomeriggio alla periferia di Istanbul nel quartier generale di Zaman, il quotidiano turco più venduto nella Turchia di Erdogan, passato in meno di 10 anni – dall’avvento dell’Akp al potere – da 100mila copie a un milione di lettori. Oggi viaggia su una media di 800mila. Ovviamente proprio grazie a lui, il premier turco tuttofare che Zaman (“tempo” in turco) appoggia ampiamente insieme alla politica dell’Akp. E da cui è facile immaginare che Zaman riceva fondi, sebbene privato e indipendente. Non un organo di propaganda vecchia maniera però (per quello c’è ancora la stampa ufficiale), ma uno stile moderno e dinamico anche nella grafica, che nel frattempo ha fatto nascere un vero media group: con un’agenzia di stampa, un’edizione quotidiana in inglese del giornale in cui lavorano 40 giornalisti madrelingua da tutto il mondo (con articoli originali e non solo tradotti), e una tv. Nel moderno enorme edificio in bianco e vetro adiacente all’aeroporto sede della testata, costruito nel 2005, dove ci hanno invitato per un’intervista a Davide sul suo lavoro, lavorano 700 giornalisti. Tutti giovani: età media 27 anni. Moltissime donne, anzi ragazze: almeno il 40%. Quasi tutte a capo coperto, si muovono agili tra i corridoi e i grandi open space candidi che strizzano l’occhio al design nordeuropeo, picchiettano sui computer nuovissimi o in sala montaggio. Conservatori, ricchi di mezzi e supertecnologizzati. “Il 90% di noi rispetta il Ramadan”, ci dice Muhenna durante la cena comune celebrata dopo il tramonto (vedi qui la foto del banchetto). In Turchia pare la media si aggiri intorno al 65%. “E’ la nuova Turchia che cresce – mi spiega a tavola un giovane collega, ovviamente entusiasta del corso Erdogan. – Una Turchia dove la classe media è passata dal 10% al 30% degli abitanti, coinvolgendo per la prima volta anche le province dell’Anatolia e città prima non sfiorate dallo sviluppo”. Una università in ogni città turca, è uno degli slogan dell’Akp. E un approccio nuovo, si sa, anche al problema curdo (investimenti, ipotesi polizia invece di esercito), che ha portato voti anche dall’est e dal sud depresso – pur se il conflitto è ben lungi dell’esser risolto.

(Istanbul, lungomare di Besiktas)

La nuova Turchia che avanza, insomma, a spese dei generali, dei laicisti e degli intellettuali istanbulioti.  Di questi ultimi, avevo avuto un assaggio il giorno prima incontrando – al tramonto sulla terrazza del leggendario Hotel Bebek sul Bosforo, ritrovo della crème istanbuliota – Murat Belge: lo storico editore di Orhan Pamuk. Chiacchierando di principesse, navi affondate, sufi e alta politica. Tra un caffé e un paio di whisky. La vecchia Turchia al tramonto? Di certo, mi informa Belge, anche la sinistra laica e intellettuale comincia a stufarsi dei generali, o almeno ad ammettere che un loro ridimensionamento nella politica turca è necessario. Pur contestando i metodi “giustizialisti” di Erdogan. Ma soprattutto, sorpresa, persino il mito di Ataturk sembra lievemente appannarsi nella nuova Turchia dove pure i suoi ritratti restano onnipresenti… leggi qui di un nuovo libro sullo storico padre della patria turco che sta facendo discutere a Istanbul propro perché scritto da un intellettuale laicista…

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Gita al faro (Osman’s light)

Seddulbahir, “Sea Barrier”, 500 souls in a dreamy village at the most western edge of Turkey. Sunny gardens smelling of Mediterranean, beaches echoing Puglia (southern Italy). The story of a man watching the dark to help sailing souls for over 30 years, in a land soaked with bloody memories, ancient love and revenge affairs. Here’s a video we shot there with Davide Monteleone:

( ©: L. Sgueglia, D. Monteleone)

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A gentlemen’s war – Gallipoli

Those heroes that shed their blood and lost their lives..You are now lying in the soil of a friendly country. Therefore rest in peace. There is no difference between the Johnnies and the Mehmets to us where they lie side by side here in this country of ours. You the mothers who sent their sons from far away countries wipe away your tears. Your sons are now living in our bosom and are in peace. Having lost their lives on this land, they have become our sons as well

(Mustafa Kemel Ataturk – 1934)

 

Centinaia, migliaia di piccole lapidi bianche tra siepi di rosmarino e pini ombrosi, su prati rasati che finiscono in mare. E’ cio che resta della battaglia di Gallipoli – 1915, prima guerra mondiale – per il controllo dello stretto dei Dardanelli: l’estremità occidentale della Turchia protesa sul Mediterraneo, accesso strategico al Mar nero e all’Est Europa. Uno dei passages chiave per il Mare Nostrum – ecco perché siamo qui. Tanto feroce, l’assalto navale lanciato da Churchill sulla penisola per strapparla agli Ottomani aprendo la via alla Russia, che fallendo causò 130mila morti. E’ la guerra che incoronò Ataturk, tra i comandanti eroi delle truppe vincitrici, futuro padre della patria turca. Ma è passata alla storia anche come “l’ultima guerra fra gentiluomini”, in cui gli avversari mostrarono grande rispetto reciproco: le trincee erano così vicine, fino a 9 metri, che spesso i nemici fraternizzavano tra un tiro e l’altro, regali e tregue.  Oggi ci arrivano in pellegrinaggio i pronipoti dei “Johnny” che su queste coste belle come il paradiso (sulla sponda opposta c’è Troia) videro l’ultimo raggio di sole. Cimiteri e memoriali, trincee e bunker sono disseminati ovunque.  Il campo di battaglia, lungo oltre 35 km, è parco nazionale, affidato dal governo di Ankara ad Australia e Nuova Zelanda che videro il numero maggiore di vittime. Un raro esempio in cui l’onore della memoria è reso agli sconfitti.

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